Maria Luisa FRISA

MEMOS IS ON MY WORKING TABLE

VII/A

Ideazione e cura di Marina TORNATORA

Memos, il catalogo di una mostra aperta e chiusa quasi subito per la pandemia, è rimasto sul mio tavolo in questi giorni di lockdown. Ne ho parlato a lezione, ho condiviso e discusso online le storie di questo progetto espositivo che ho curato lo scorso febbraio al Museo Poldi Pezzoli di Milano.

Nello studio come nel lavoro non sono sistematica. Procedo per immagini e concetti che prendono sempre la forma di appunti. Parole, mappe, frasi che possono diventare progetto: mostra o libro. O rimanere solamente esercizio o verifica. Nella loro impostazione i Memos di Italo Calvino mi hanno indicato un metodo che posso applicare al mio modo di lavorare. Notazioni, appunti, abbozzi di idee. Sketch che rapidamente fissano un tema senza però definirne i contorni, esplorando la rete di relazioni che attivano. Calvino non intendeva fornire soluzioni, piuttosto tracciare strade possibili: valori su cui riflettere per interrogare e comprendere la contemporaneità.

Lo scrittore guarda al nuovo millennio offrendo una serie di luoghi e figure letterarie a cui è affidato il compito di costruire gli spazi della consapevolezza e dell’immaginazione. Zone aperte, di transito, in cui è possibile far deragliare quei frammenti, quei pensieri, quelle sensazioni, quei ricordi che stipano la memoria involontaria. E, mentre scrivo, riemerge, annotato in uno dei miei blocchi neri, un altro passo di Calvino, dalla quinta delle Lezioni, intitolata Molteplicità: “Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario di oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili”. Così che ciascuno di noi può configurare un suo tessuto testuale in cui divagazioni e accadimenti agiscono interrompendo il flusso, creando una discontinuità. La distruzione della continuità obbliga allora alla ripartenza, all’esplorazione.

I Memos si sono rivelati dispositivi di natura essenzialmente strategica, capaci di agire nell’individuazione di quei punti che possiedono capacità di sviluppo. Riprendendo il Foucault evocato in una delle citazioni iniziali e che ritrovo nella lettura di Che cos’è un dispositivo? di Giorgio Agamben, riconduco a questa idea una definizione del filosofo francese: “Chiamerò dispositivo letteralmente qualunque cosa abbia in qualche modo la capacità di catturare, orientare, determinare intercettare, modellare, controllare e assicurare i gesti, le condotte, le opinioni e i discorsi degli esseri viventi”; dispositivi sono così “anche la penna, la scrittura, la letteratura, la filosofia”.

Non accade tanto che i concetti posti a titolo di ciascuna delle Lezioni americane (Leggerezza, Rapidità e così via) diventino punto di applicazione per la nostra disciplina, quanto che l’indizio, la citazione, il girare intorno in un continuo gioco di rimandi suggeriscano una rete di narrative capaci di mettere a fuoco la relazione tra oggetti, tempo e spazio, che è la questione centrale delle pratiche del fashion curating. La mostra è opera, non interpretazione – Harald Szeemann il grande curatore svizzero, lo sciamano, così si definiva: “I am not a curator. I am an author”.