Luca MOLINARI

LA STANZA FRAGILE

XX/A

Ideazione e cura di Marina TORNATORA

In queste ultime settimane si sono moltiplicate le immagini, le parole e i suoni provenienti dall’universo domestico in cui più di metà dell’umanità è reclusa.

Si tratta di un fenomeno planetario che non era mai avvenuto nella nostra Storia: quattro miliardi di persone, distribuite lungo i cinque continenti, totalmente connesse e chiuse in casa.

È interessante notare come la maggior parte delle testimonianze e figure si concentrino soprattutto sulle soglie: finestre, porte, balconi, abbaini, davanzali, terrazzi.

Si tratta della naturale espressione di un desiderio di quello che non possiamo avere, quella città che osserviamo per piccoli frammenti dalle nostre imboccature domestiche e che fa emergere tutti i ricordi che nutrono la nostra identità. Stando in casa ci accorgiamo di quanto siamo cittadini e abitanti fragili, dell’importanza che la città, grande o piccola che sia, ha nella nostra vita, offrendoci spazi di libertà, scoperta e occasioni che nessuna abitazione potrebbe mai offrirci.

Tutto questo sfiora appena il cuore intimo della casa, come se nessuno, in fondo, avesse voglia di toccare lo spirito più privato e inaccessibile che segna i luoghi che abitiamo. Nessun riferimento al bagno e ai suoi riti, al letto e a tutto quello che di più segreto porta con sé.

Il ventre caldo, intimo, sensuale, ambiguo, silenzioso, spesso problematico che nutre la natura profonda delle nostre case è stato quasi nascosto, con pudore per tutto quello che di doloroso avviene fuori da quelle finestre.

A questo si sovrappone l’esercizio della memoria che ci aiuta a risarcire, almeno in parte, il trauma della separazione dal corpo delle città e dei paesaggi che hanno costruito il nostro codice genetico di abitanti e cittadini. La memoria è un potente anestetico contro le sofferenze e le assenze, oltre a essere il nutrimento essenziale per ogni atto progettuale.

Probabilmente è una delle stanze della casa che siamo che custodiamo con maggiore attenzione, spazio poliforme e inquieto che dilata i confini della proprietà in cui siamo volontariamente confinati e dove la distinzione tra abitazione e città si assottiglia ancora di più.

Come negli interni/esterni di Giotto e Carpaccio, dove la stanza diventa quinta di una rappresentazione che da domestica diventa universale, portando i corpi astratti, quasi metafisici delle architetture chiamate a dare forma alla città a diventare paradossali oggetti della vita quotidiana. Lo aveva capito l’Aldo Rossi dell’Autobiografia Scientifica e dei disegni domestici organizzati in forma di città, prima che entrassero in una composizione di paesaggio analogico dove ogni frattura spazio temporale era annullata. Ci sono autori che hanno nutrito la propria stanza della memoria consapevolmente, dandole forma riconoscibile perché diventasse manifesto progettuale come per John Soane e Piranesi, passando per Schinkel, Luigi Moretti e Giancarlo de Carlo, mentre oggi leggo in troppi autori una sorta di dittatura dell’amnesia o della nostalgia sterile che non può avere il potere di nutrire visioni perturbanti.

La mia stanza della memoria fragile e impalpabile è luogo in cui si ricompongo le volte dorate di San Marco alle finestre del giardino pensile di Urbino, lo sfondato prospettico di Bramante con la portineria della Torre Velasca, la luce che bagna la ruvidità di La Tourette con l’atrio plastico della Biblioteca Laurenziana, la sequenza delle volte della Moschea di Solimano insieme alla cascata strutturale di Santa Sofia, i giardini imperiali di Suzhou con la stanza a cielo aperto disegnata da Scarpa nel Padiglione Italia della Biennale, le architetture sognate di Carpaccio, l’eleganza blu cielo/mare dell’hotel di Sorrento di Ponti, il bagno del Duca di Montefeltro e le pareti mobili di casa Soane, la scala monumentale di Caprarola con la sala dei giganti a Palazzo Tè e l’oculus di Sant’Andrea di Mantova. L’architettura non potrebbe esistere senza questa infinita sequenza che ogni volta possiamo dimenticare, distruggere e ricomporre perché possa nutrire teorie e visioni per quello che ci attende.

*Testo ripreso e rielaborato da un mio contributo scritto pubblicato in: (a cura) Federico Bilò, Riccardo Palma Il cielo in 33 stanze. Cronache di architetti restati a casa, LetteraVentidue, 2020.