Enrico PRANDI

ESTERNITÀ DELL’INTERNO: RIFLESSIONI DA UNA STANZA ALL’APERTO

XXIII/A

Ideazione e cura di Marina TORNATORA

Se è vero che l’uomo è un animale sociale, come abbiamo imparato da Aristotele, allora bisogna accettare che il confinamento che abbiamo vissuto costituisca una limitazione da un grande spazio (la città) ad un piccolo spazio (la casa). Non è la prima volta che un evento pandemico investe la popolazione obbligandola ad un ritiro forzato (indotto o imposto) ma è sicuramente la prima volta che succede nell’epoca contemporanea, piena di antinomie in cui tutto è simultaneamente vicino e lontano, grande e piccolo. Per rimanere sul tema architettonico grande e piccolo spazio, in altre parole città e casa, rievocano il pensiero di Leon Battista Alberti contenuto nel De re aedificatoria quando afferma che “la città è come una grande casa, e la casa a sua volta una piccola città”.

La mia visione domestica o il “viaggio intorno alla mia stanza” – tema proposto per la mostra – ruota attorno a questa considerazione sulla quale ho avuto modo di riflettere a fondo: se è possibile immaginare una “internità dell’esterno” in analogia al pensiero di città come grande casa (che nel tempo abbiamo imparato a progettare) è altrettanto possibile immaginare una “esternità dell’interno”, ossia una casa come piccola città che mutua da quest’ultima ruoli, gerarchie, relazioni.

Come molti, e per un certo verso da una condizione tutto sommato privilegiata, ho avuto modo di verificare all’estremo la tenuta di uno spazio domestico che in molti casi è predisposto per un minimo vitale (Existenzminimum) sottodimensionato, carente e che se ha retto nel tempo è stato grazie alla possibilità di ritrovare all’esterno funzioni e condizioni sopperenti le mancanze interne. In altre parole, la città e i suoi spazi ha sopperito alla limitatezza interna (la biblioteca per studiare, la palestra per l’esercizio ginnico, l’ufficio o la fabbrica per lavorare, ecc.).

Durante la fase più critica gli interni domestici sono diventati veri e propri microcosmi umani che si sono arricchiti, mano a mano che gli apparati sostituivano l’incredulità e il caos con l’ordine organizzativo, di soluzioni provvisorie ma efficaci seppur nell’auspicabilmente breve tempo dell’emergenza. Nell’ottica del “primum vivere” le nostre case si sono trasformate per complessità in piccole città funzionali.

Se risulta difficile e forse insostenibile pensare ad ogni interno domestico predisposto per far tutto ciò che norma la vita umana (ad esempio potremmo considerare le principali attività della Carta d’Atene, abitare, lavorare e divertirsi) è altrettanto vero che dobbiamo individuare un “nuovo Existenzminimun” che possa fare della flessibilità degli spazi il proprio cavallo di battaglia. In questa partita, a mio avviso, gioca un ruolo significativo uno spazio in particolare che trovo interessante per le sue caratteristiche di flessibilità d’uso e potenzialità di ruolo: la stanza all’aperto.

Essa consente una dilatazione dello spazio interno verso uno spazio esterno di vitale importanza per la funzionalità e il benessere psicofisico. Tale spazio può essere declinato nell’adozione del “giardino interno” nel caso di tipologie aggregabili monopiano (che può anche assumere la configurazione a patio se la distribuzione interna lo contorna) oppure nella “loggia” del tipo di quella adottata da Le Corbusier nelle ville sovrapposte.

Concettualmente si tratta del medesimo artificio: uno “spazio all’aperto” di forma parallelepipeda in cui ciò che varia è la posizione del lato mancante che consente l’affaccio sull’esterno: se a mancare è il piano superiore avremo un giardino o un patio, se a mancare è il piano laterale avremo una loggia.

Cosicché si possa nella flessibilità di questo spazio interno rivivere allegoricamente un’esternità al pari dell’esperimento fatto da Le Corbusier a Parigi per l’eccentrico surrealista Charles de Bestegui nel costituire “un paesaggio architettonico, tanto interno quanto esterno” (Le Corbusier, Appartement avec terrasse, avenue des Champs-Elysées, à Paris, “Architecte”, 10, 1932).

Enrico PRANDI,  ESTERNITÀ DELL’INTERNO
collage tra la stanza all’aperto dell’appartamento Bestegui e il disegno del Plan Voisin a Parigi (Le Corbusier), 2020