Efisio PITZALIS

CASA PER AUTOISOLAMENTO VOLONTARIO: A OGNUNO IL SUO

IV/A

Ideazione e cura di Marina TORNATORA

Nei paesi orientali, con particolare evidenza in Malesia, Cina e Giappone, come pure in paesi dell’area africana, le proposte sullo spazio post-pandemico si susseguono da circa 20 anni. Le più recenti mutazioni virali (Ebola, Sars, Mers), fortunatamente arginate prima della esplosione pandemica, hanno configurato scenari già prefigurati (oggi sappiamo in modo facilmente profetico) da David Quammen in Spillover. L’evoluzione delle pandemie.

Tra le diverse proposte assurte recentemente a una diffusa esposizione mediatica, alcune ipotizzano ciò che, di fatto, paesi europei, tipo la Svizzera, sperimentano da anni in caso di conflitto atomico: il rifugio autosufficiente per lunghi periodi utili a scongiurare la contaminazione o il contagio. Si tratta prevalentemente di cellule autonome, distanziate fisicamente ma dipendenti con la rete di connessioni della Casa Madre.

Efisio PITZALIS, CELLAE APIUM, 2020

Una seconda proposta recupera un sentimento ecologista di radice nord-europea, che da noi ambisce ripristinare una dimensione dell’abitato diffuso lungo tutta la dorsale appenninica e inscritta nel recinto figurativamente autonomo del borgo.

Tale recupero, in verità già promosso e inascoltato da anni, punta a invertire – favorendo il principio di dispersione nel territorio – la tendenza alla concentrazione urbana dettata soprattutto dalle grandi trust company e dall’esplosione del turismo di massa, visto, a fronte di scarsità d’investimento, come principale fonte di guadagno immediato.

Dinanzi a un simile snaturamento dei centri storici, soprattutto nelle città d’arte, il risanamento dei borghi – percepito come ancestrale ritorno al mito originario della natura – coniuga la necessità dell’isolamento e del distanziamento con il recupero di una dimensione salutistica del vivere quotidiano.

Efisio PITZALIS, CASA NEL BOSCO, 2020

Una terza ipotesi riattiva quella idea di vita into the wild, di ascendenza nord-americana, che suggerisce modelli d’isolamento pioneristico risalenti alla metà dell’800. Quella ideale vita nei boschi, prefigurata da D.H. Thoreau in Walden con un processo di distanziamento reso possibile dalla vastità del paesaggio nord-americano, è vista come esperienza di autoisolamento volontario in prospettiva curativa. Una prospettiva che tiene insieme la cura del corpo e il sollievo dell’anima come sintomo e simbolo di un legame indissolubile tra dimensione esperienziale e sentimento spirituale. La stessa prospettiva, del resto, preconizzata nei modelli di distanziamento urbano orizzontale, di cui Broadacre City assurge a simbolo.

Efisio PITZALIS, NIDO D’AQUILA, 2020

Tali proposte sviluppano dei modelli, per così dire, medicamentosi. Ma ciò che la dimensione pandemica del virus mette principalmente in crisi è il modello mediterraneo dell’agorà, della piazza, del tempio, del teatro. La nostra natura, in tal senso, privilegia e sollecita la vita en plein air, e tale sviluppo pandemico non mette tanto in crisi la cultura agraria e contadina, per cui la suddivisione particellare del campo (l’aggeratio) individua da tempo il distanziamento fisico e sociale imposto da un sistema produttivo per parti separate, ma mette in mora proprio il concetto di Urbs e di Civitas, ovvero: di città come concatenazione di spazi e di città come aggregazione comunitaria di individui.

In tale circostanza è necessario rivedere alcuni statuti relativi alla convivenza, oggi ancora in via di definizione per il repentino mutare di eventi ancora in corso, con la speranza che, come nelle rovinose pandemie del passato, tutto torni come prima.