Carmen ANDRIANI

IN_OUT/OUT_IN
IL PERTURBANTE DELLA CONDIZIONE PALINDROMA

V/A

Ideazione e cura di Marina TORNATORA

Dovremo riabituarci all’esterno. Questo è il primo pensiero che viene in mente dopo due mesi di confinamento e brevi circumnavigazioni del proprio palazzo.

Nella attuale “fase2” si amplia di poco il raggio degli spostamenti. Distanzadensità dilatazione (dal respiro alla città) sono le parole chiave che governano la nostra vita privata e pubblica. “Tutto in una stanza” è lo slogan che ha sintetizzato fino ad ora la nostra condizione quotidiana. In_Out/Out_In indica il continuo sovvertimento che si consuma durante l’arco della giornata all’interno delle pareti domestiche: dentro/fuori; pubblico/privato; luce/buio; interiorità/esteriorità; intimité/extimité; solitudine e folla mediatica. In un continuo capovolgimento su noi stessi queste pratiche sono consumate nella fissità della posizione di ciascuno (alla scrivania, in poltrona o a letto), e nella quintessenza della stanzialità che, nel caso delle (frequenti) connessioni mediatiche, riduce a zero lo spazio di percorrenza. Questa è la prima conseguenza importante: la riduzione a zero dello spazio di percorrenza; la secondo riguarda il rapporto con la città, la cui visione è stata confinata in ciò che la nostra finestra è riuscita ad inquadrare.

Nel passaggio dall’interno all’esterno o dalla dimensione privata a quella pubblica, di solito intercorre uno spazio ed un tempo di mediazione: io esco da casa per andare verso (il luogo di lavoro, ad un appuntamento con amici, ad una cena, ad un evento pubblico, in un museo, cinema, teatro, stadio…ecc). Fra queste due dimensioni che danno completezza all’io, esiste uno spazio ed un tempo di mediazione (di preparazione e di assuefazione) che ci accompagna da uno spazio circoscritto e familiare ad uno più dilatato e considerevolmente estraneo. Lo stesso vale per il contrario. In questi passaggi di tempo e di spazio la nostra sfera psicofisica muta e si adatta attraverso azioni che riguardano il prepararsi, il vestirsi, il dotarsi di oggetti utili al tipo di incontro, la disposizione emotiva, ecc. L’azzeramento di queste pratiche comporta una forzatura non irrilevante ed un disorientamento. Il continuo capovolgimento su noi stessi senza la mediazione necessaria di tempo e di spazio determina una riduzione accelerata del dato fisico e di quello antropico creando uno scompenso. Nell’aumento esponenziale delle connessioni mediatiche (unico canale di socialità, da quella lavorativa a quella confidenziale) possiamo dimenticarci del nostro corpo, o meglio, contraddicendo Foucault, non è più necessario che il nostro corpo ci segua, ovvero che venga dietro di noi ovvero che stia con noi. La condizione di isolamento, d’altra parte , è il denominatore comune di molti artisti ed artigiani: una autosegregazione volontaria , dedicata esclusivamente all’atto creativo è spesso la scelta dello scrittore, del poeta , del pittore, dello musicista, del falegname o del sarto , anche se Nietzsche sosteneva (nella famosa polemica con Flaubert) di concepire le proprie opere camminando , e che i romanzi scritti stando seduti alla scrivania non valessero molto quasi che il ritmo meccanico del passo sciogliesse quella tensione nervosa dei pensieri quando vorticosamente e dolorosamente si addensano come un vortice nella propria testa .

È anche vero, d’altra parte che questa condizione di ‘stanzialità assoluta’, ha portato alcuni vantaggi pratici: nella diminuzione degli spostamenti, nella ottimizzazione dei tempi, nella migliore organizzazione delle attività, nell’uso più consapevole dei dispositivi digitali, in una nuova idea di domesticità. Ma sono vantaggi ‘pratici’ appunto, che probabilmente cambieranno alcune delle nostre abitudini future, ma non cambieranno la sostanza: ovvero una perdita progressiva della nostra natura antropica (e animale), cui l’isolamento pandemico ha impresso un impulso imprevisto. Questo sostiene Michel Houellebec in una sua recente dichiarazione: “non ci sveglieremo dopo il confinamento in un nuovo mondo; sarà lo stesso, anzi un po’ peggiore”.

Allora quale l’antidoto per contrastare gli effetti in scala vasta di questo virus senza qualità?

Come ricostruire la nostra routine quotidiana, possibilmente migliorandola? Ed allo stesso tempo siamo di fronte ad una semplice interruzione di routine o ad un capovolgimento rivoluzionario? Cambia anche il nostro rapporto con la città: “Io sperimento la mia presenza nella città e la città esiste attraverso la mia esperienza incarnata” scrive Juhani Pallasmaa nel 2005.

Mai come adesso notiamo l’evidenza fisica di questo rapporto, l’importanza del corpo nella configurazione e nel progetto degli spazi. È come se la casa si fosse dilatata nell’assorbire molte funzioni prima dislocate altrove e la città fosse invece riconsegnata ad una naturalezza mai vista prima: nell’aria tersa, nei silenzi delle sue strade, nello scroscio d’acqua delle sue fontane. Anche la città dovrà essere capace di ‘dilatarsi’, di respirare nei suoi tessuti più interni, dovrà essere in grado di intessere un nuovo rapporto con il suolo e di mettere in valore il vuoto degli spazi aperti, importante connessione fra le placche urbane alla deriva, preziosa riserva di vita.

Carmen ANDRIANI, IN_OUT/OUT_IN. IL PERTURBANTE DELLA CONDIZIONE PALINDROMA, 2020