Carlo PRATI

ORIZZONTI PERDUTI

VI/A

Ideazione e cura di Marina TORNATORA

Quel che è successo a partire dal 25 Febbraio 2020, data in cui viene emanato il primo decreto del presidente del Consiglio dei ministri recante le norme per il contenimento della pandemia di Covid-19 in Italia, ci ha proiettato sia a livello collettivo che individuale, in un classico scenario distopico.

Non si tratta di un’utopia finita male (forse quella di un capitalismo sfrenato e vorace), quanto piuttosto, in una prospettiva storica, del ripetersi ciclico di un evento tragico in grado di riattivare paure radicate a livello inconscio. Questa condizione è strettamente connessa agli spazi che abitiamo e al nostro mestiere di architetti. Nel saggio “Das Unheimliche”, scritto nel 1919, Sigmund Freud si avventura proprio nella ricerca di quelle forme archetipiche e simboliche legate alla paura ed ai suoi luoghi di elezione. Si ritiene che l’importanza cruciale di questo studio risieda nella individuazione del tema quale vera invariante del sentire intimo della nuova società. Per inciso: oggi, nel pieno di una pandemia, siamo tenuti a pensarci non tanto come società ma piuttosto (in modo ancora più radicale) in quanto “specie”. 

Ritornando a Freud: in estrema sintesi, attraverso l’analisi di una novella di E.T.A. Hoffmann “l’orco Insabbia”, il padre della psicoanalisi definisce – sospinto e suffragato da un’attenta analisi semantica – il “perturbante” quale il domestico e familiare che si fa sinistro; che, nella sua iconografia rassicurante e bonaria in realtà è portatore di angoscia ed incertezza. Homely (casalingo) ed unhomely (perturbante) per gli anglosassoni sono dunque termini che sfumano l’uno nell’altro. Ecco perché la stanza, la casa, l’edificio, il quartiere e la città nel corso del Novecento diventeranno luoghi dapprima familiari poi inospitali e via via sempre più scenari di catastrofi e spazi di conflitto – vere e proprie “città panico” per dirla con Paul Virilio. In tal senso, Nicola Emery nel suo recente studio dedicato al rapporto “entropico” che lega architettura a distruzione ci parla di una “mutilazione della sfera pubblica, ibernata, ridotta letteralmente ad un generico cimitero, lasciando affiorare un completo rovesciamento della promessa di felicità nella sfera dello spaventoso, del radicalmente inabitabile. L’esperienza ´semplicemente´ cronachistica, della ´casa-ossario´ oltre a confermare – come aveva previsto Adorno – che «la casa è tramontata» e che «abitare non è più praticamente possibile», fa sorgere il dubbio che l’essere «imbalsamati vivi» e l’essere sepolti da vivi non siano affatto condizioni estranee all’esperienza contemporanea.”[1]

In questo senso casa ed abitare oggi ricordano il rientro “primordiale” dell’uomo nella sua caverna: la verticalità dell’edificio si ribalta proiettandoci in una “vita capovolta” che è “casa sepolcro” ma anche “stanza astuccio”. 

Nessun orizzonte conciliante e sereno. Ed è proprio l’orizzonte oggi ad imporsi come “luogo” strategico del progetto (in tutti i sensi): Il disegno di architettura è lo strumento di ricerca operativa e critica in cui confluiscono e trovano risposta istanze di tipo spaziale strutturale ed estetico. Esso è perciò dotato di una sua autonomia ed è architettura in sé per sé.

Il disegno che ritengo sia stato più in grado di condensare tutte queste simbologie, il senso di vuoto personale prodotto da una condizione di solitudine simultaneamente individuale e collettiva, è la “Casa con due Orizzonti” che Raimund Abraham realizza nel 1973 per Kurt Kalb. 

Alla rilettura dello stesso sto dedicando una serie di disegni che riflettono oltre che su questioni pertinenti alla forma ed alla tettonica del progetto, sulla possibile rinegoziazione del rapporto sino ad oggi intercorso tra architettura e natura.[1]

Nicola Emery. Distruzione e progetto. L’architettura promessa pag 6. Christian Marinotti Edizioni. Milano 2011.

Carlo PRATI,  HOUSE WITH TWO HORIZON, variation n.1, tecnica mista su carta 27,9×35,6cm, 2020

Carlo PRATI,  HOUSE WITH TWO HORIZON, variation n.2, tecnica mista su carta 27,9×35,6cm, 2020

Carlo PRATI,  HOUSE WITH TWO HORIZON, variation n.3, tecnica mista su carta 27,9×35,6cm, 2020

Carlo PRATI,  HOUSE WITH TWO HORIZON, variation n.7, tecnica mista su carta 27,9×35,6cm, 2020